domenica 14 maggio 2017

Ma quale energia pulita?


L’energia eolica non è né pulita né verde e fornisce energia complessiva pari a zero. Le posizioni ambientaliste estreme vanno fermate ed occorrono invece maggiori investimenti nel campo degli idrocarburi gassosi e nel nucleare, con particolare attenzione agli investimenti nella ricerca sulla fusione.

GettyImages-103570612(foto: Getty)

DSCN5577Nell’ultimo rapporto del Global Wind Energy Council vengono enfatizzati da un lato la proliferazione dell’energia eolica nel mercato della potenza globale, a ritmi forsennati addirittura, e dall’altro i più di 54 gigawatt di energia eolica, pulita e rinnovabile si dice, installati e ricavati lo scorso anno attraverso il mercato globale.

Immagini di turbine eoliche, onnipresenti in ogni reportage sull’ambiente, pubblicità su come ogni aeroporto inglese ricavi energia dal vento, sono molto impressionanti e danno l’idea che l’eolico stia dando un grande contributo al fabbisogno attuale di energia. E invece, dopo decenni di sviluppo –direi secoli se pensiamo all’invenzione dei mulini a vento- il suo contributo è tuttora banalmente piccolo al punto di essere del tutto irrilevante.

Facciamo un quiz, senza discutere. Approssimando all’intero, quale percentuale del consumo energetico mondiale è stata fornita dall’eolico nel 2014, ultimo anno per il quale esistono dati attendibili? Era il 20, il 10 od il 5 percento? Ebbene, nessuno dei valori precedenti: era lo 0 percento. Ovvero, al numero intero più vicino, non esiste tuttora energia eolica sulla Terra.

Anche mettendo insieme eolico e fotovoltaico questi stanno fornendo meno dell'1 percento del fabbisogno energetico globale. I dati 2016 “Key Renewables Trends” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia si legge che l’eolico ha fornito lo 0,46 percento del consumo globale di energia nel 2014 e, combinando insieme solare e mareale un altro minuscolo 0,35 per cento. Voglio ribadire che stiamo parlando di  energia totale, non solo di energia elettrica che è meno di un quinto di tutta l'energia finale, con i combustibili solidi, gassosi e liquidi che rappresentano il nucleo per la fornitura di  energia per fornire calore, trasporto ed i fabbisogni industriali.

Anche se questi numeri non sono difficili da trovare non appaiono mai nei rapporti in tema di energia che arrivano dalle inattendibili lobbies del solare e dell’eolico. Barano nascondendosi dietro l’affermazione che circa il 14 percento dell’energia mondiale è rinnovabile, dando per scontato ed implicito che questa sia data da eolico e solare. In realtà di quel 14 percento la stragrande maggioranza, i tre quarti, sono dati da biomassa, principalmente legna, e la gran parte è infine “biomassa tradizionale”, ovvero i tronchi, gli arbusti e lo sterco bruciato dai poveri nelle loro case per cucinare. Queste persone hanno bisogno di energia pagando un prezzo elevato in termini di danni alla salute causati dalla inalazione del fumo.

Anche nei paesi ricchi che giocano con energia solare ed eolica sovvenzionata, una quota enorme della loro energia rinnovabile proviene da legno ed idroelettrico, le uniche fonti rinnovabili affidabili. Nel frattempo, la domanda mondiale di energia è cresciuta di circa il 2 percento l'anno per quasi 40 anni! Tra il 2013 ed il 2014, sempre utilizzando i dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, il fabbisogno è cresciuto di circa 2.000 terawatt per ora (TWh).

Se questo fabbisogno avesse dovuto essere realizzato tutto con turbine eoliche quante se ne sarebbero dovute costruire ogni anno?  La risposta è quasi 350.000, dal momento che una turbina da due megawatt può produrre circa 0,005 TWh all'anno. Questo numero è pari ad 1,5 volte la quantità di turbine costruite in tutto il mondo dai primi anni 2000, ovvero dal momento in cui i governi hanno iniziato ad usare le tasse dei cittadini per finanziare questa industria nascente.

Ad una densità di, molto approssimativamente, 20 ettari per megawatt, valore tipico per i parchi eolici, il calcolo ci porta ad un fabbisogno di superficie pari all’estensione dell’intero arcipelago britannico(*). Ogni anno. Se estendiamo il calcolo ad un periodo di 50 anni avremmo dovuto ricoprire di parchi eolici ogni chilometro quadrato di una superficie delle dimensioni della Russia. E ricordo che tutto questo servirebbe semplicemente a soddisfare la nuova domanda di energia  e non sostituire l’enorme contributo esistente dai combustibili fossili, che attualmente forniscono l'80 percento del fabbisogno energetico mondiale.

E non serve neanche rifugiarsi nell’idea che in futuro le turbine eoliche potrebbero rivelarsi più efficienti. C’à un limite a quanta energia si può estrarre da un fluido in movimento e le turbine eoliche lo hanno già raggiunto (limite di Betz).

La loro efficacia è determinata dal vento che è disponibile e che varia di secondo in secondo, di giorno in giorno e di anno in anno. Come altre macchine le turbine eoliche sono già piuttosto buone; il problema è la risorsa vento e non possiamo cambiare la situazione. E’ un flusso fluttuante di energia a bassa densità. L'umanità ha smesso di usarlo per il trasporto e per fornire potenza meccanica molto tempo fa, e per buone ragioni.

Per quanto riguarda il consumo di risorse e l'impatto ambientale, gli effetti diretti delle turbine eoliche sono già abbastanza gravi senza trascurare l’uccisione di uccelli e pipistrelli e le profonde fondazioni in calcestruzzo. Ma ciò che non si vede ad esempio è l'inquinamento profondo generato in quei paesi dove si estraggono i metalli delle terre rare per i magneti delle turbine(1). Questo genera rifiuti tossici e radioattivi su scala epica, che è il motivo per cui parlare di energia pulita è un ossimoro da evitare assolutamente.

Ma c’è di peggio. Le turbine eoliche, a parte le pale in fibra di vetro, sono realizzate per lo più in acciaio, con fondazioni imponenti. Hanno bisogno di circa 200 volte più materiale di qualità per per ognuna di esse rispetto ad una moderna turbina a gas a ciclo combinato. L’acciaio è fatto col carbone addizionato al ferro, e carbone per  fornire il calore per la fusione dei minerali. Insomma tutta l’attrezzatura per produrre energia pulita deriva da combustibili fossili di cui soprattutto carbone. (NdA: in cambio di una quantità di energia prodotta praticamente pari a zero rispetto a quella necessaria per costruire la struttura)

Una turbina eolica due megawatt pesa circa 250 tonnellate e, complessivamente, ci vuole circa mezza tonnellata di carbone per fare una tonnellata di acciaio. Occorre aggiungere altre 25 tonnellate di carbone per la produzione del cemento e si sta parlando di 150 tonnellate di carbone per turbina. Ora, tornando all’esempio del solo fabbisogno annuale in aumento, se vogliamo costruire 350.000 turbine eoliche, solo per tenere il passo con la crescente domanda di energia, occorreranno 50 milioni di tonnellate di carbone all'anno. E questa quantità è pari alla metà di tutto il carbone estratto nella UE. (2)

Questi grandi numeri rappresentano è che l’aritmetica smentisce clamorosamente le posizioni delle cosiddette rinnovabili, che si ritrova essere invece inaffidabili. Pensare che l’energia eolica possa dare un contributo significativo al fabbisogno mondiale è ridicolo senza contare le enormi emissioni inquinanti date dall’approvvigionamento di altre risorse necessarie a costruire le pale eoliche.

Se si vuole soddisfare il fabbisogno energetico della civiltà riducendo le emissioni di gas serra ci si deve concentrare su come spostare la produzione di energia, calore e mezzi di trasporto verso il gas naturale le cui riserve sono molto più abbondanti di quanto si possa sognare con effetti collaterali che sono i più bassi dell’intera catena energetica a vantaggio della salute.

E cercare infine di usare un po’ di questa ricchezza crescente nel nucleare, fissione e fusione, in modo che possa prendere il posto del gas nella seconda metà di questo secolo. Questo è un futuro pulito indirizzabile ed ingegnerizzabile. Tutto il resto è ingerenza politica in tematiche che non le competono o più semplicemente propaganda politica, la più controproducente politica climatica e, peggio ancora, una politica che deruba vergognosamente i poveri per rendere i ricchi ancora più ricchi.


Liberamente tradotto ed estratto da Matt Ridley che discute di energia eolica.

Link all’originale qui:
https://www.spectator.co.uk/2017/05/wind-turbines-are-neither-clean-nor-green-and-they-provide-zero-global-energy/#

(*) NdA – L’autore nel suo originale commette un errore di calcolo molto grossolano. Che l’impatto ambientale in termini di fabbisogno spaziale sia molto grande è cosa nota, ma che sia inimmaginabile è ben altra. Le 350.000 turbine dichiarate (derivate dal calcolo 2.000/0.005 dei TW/h approssimati, non approssimando sono 400.000) ipotizzando circa 1 ha per turbina, o 2 acri più o meno, non possono occupare l’intero arcipelago britannico, che è grande poco meno di 300.000 kmq, ovvero 30.000.000 di ettari!

 

(1) Soprattutto in aree minerarie mongole e cinesi grandi come regioni e devastate da tenori di metalli pesanti tali da creare dei veri e propri disastri ambientali a lento ma inesauribile progresso.

(2) L’impatto ecologico (ecological footprint) di un campo eolico o solare, è ben lungi dall'essere verde: riduce solo un po’ la produzione complessiva di gas serra ma questa potrebbe essere tagliata già del 50% convertendo da carbone a metano e spostando altrove, dove non ci sono impedimenti ambientali e dove la popolazione non ha strumenti per intervenire sulla gestione del territorio, il peso ambientale della produzione. La chimera dell’eolico ha distolto ingenti energie alla ricerca vera, ovvero quella sulla fusione nucleare.

giovedì 25 agosto 2016

Un terremoto italiano

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Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones Qui la traduzione)

Tre erano i tipi di terremoto secondo Seneca. Ne aggiungo un quarto: il terremoto italiano.

Ancora una volta mi trovo a scrivere su queste pagine di terremoti e delle loro conseguenze, ma soprattutto delle conseguenze dell’inettitudine umana, unico elemento prevedibile in tutto questo o quanto meno misurabile. Come è possibile tollerare oltre questo terribile deja vu di chiacchiere e promesse? Com’è possibile definire moderno un paese che si straccia le vesti piangente e che si consola dietro la grande umanità, la enorme solidarietà, l’unità dimostrata nel momento del bisogno?

Si dice, ed è molto probabilmente vero, che l’Italia abbia la migliore Protezione Civile del mondo, che sia stata inventata qui, all’indomani del devastante terremoto friulano del 1976: in un paese civile che si rispetti la Protezione Civile dovrebbe passare la maggior parte del tempo a girarsi i pollici perché in un paese civile tutto dovrebbe essere demandato alla prevenzione. Ma nonostante la prevenzione sia suo mandato fondamentale accade invece che quella dai danni causati da eventi naturali -frane, terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche- si rivela ahimé, ad ogni loro verificarsi, pressoché inesistente.

91987691Un terremoto da solo non uccide, ciò che uccide sono i manufatti umani, le abitazioni inadatte a dare a chi le occupa quanto meno il tempo e la possibilità di uscire di casa soprattutto se si rapporta all’intensità di quest’ultimo evento.

Il terremoto di suo è un evento naturale e la cosa si ferma qui: non esiste la catastrofe naturale del tutto indifferente alla nostra presenza, esiste solo la nostra incapacità di convivere in un territorio geologicamente giovane e proprio per questo ad altissimo rischio. Dobbiamo quindi assumercene la responsabilità, una responsabilità che finora non è stata presa da nessuno e che viene riciclata periodicamente (statisticamente l’Italia subisce un terremoto distruttivo ogni 5 anni) parlandone per qualche mese, reiterando la solita sequela di polemiche sterili e che ben presto viene dimenticata con la labilità della memoria umana che tende a rimuovere i traumi rapidamente, spesso anche da parte delle vittime stesse che quando non abbandonano il territorio si affidano ad un macabro fatalismo.

I geologi, categoria di professionisti che appare dal nulla ad ogni catastrofe del genere, lo ricordano sempre. Purtroppo sempre dopo visto che nei periodi di intervallo restano inascoltati o peggio, loro stessi tacciono crogiolandosi nel benessere momentaneo della quotidianità.

Il terremoto che ha colpito la zona appenninica tra i Monti della Laga ed i Sibillini è un tipico terremoto italiano: avviene in una zona rurale, marginale e tra collina e montagna, dove si è costruito, anche in tempi recenti, male e senza progettazione antisismica moderna, dove spesso si sono usati materiali di risulta, dove non si è posta mano né al risanamento né alla ristrutturazione e poi, quando il terremoto arriva, ed arriva , tutti cascano dal pero sbalorditi come se il terremoto fosse una fatalità inevitabile.

Italy QuakeCentri abitati con numero di residenti invernali diversi ordini di grandezza inferiori a quelli estivi, con piccole frazioni di qualche decina di abitanti e paesi da uno a poche migliaia di abitanti. Dove molte vecchie case destinate alla villeggiatura estiva, laddove non ereditate da genitori o nonni, sono state comprate a prezzo di realizzo, e ristrutturate negli interni, con nuovi impianti di riscaldamento, bagni ed infissi alla moda ma senza la cura minima per l’aspetto strutturale antisismico, con nemmeno una verifica di tetti, solai, scale e vie di uscita. Negli anni vecchie stalle ristrutturate come appartamenti, strutture turistiche di tipo bed & breakfast ed agriturismi sorti dal nulla ogni poche centinaia di metri, migliaia di euro spesi per fare una piscina e neanche uno per ancorare un solaio ma che dico, per ancorare a muro un armadio che ti crolla sul letto alla prima scossa intrappolandoti!

Ed a questo si aggiunge quella sorta di fatalismo ignorante che fa dimenticare di vivere in un territorio classificato ad elevato rischio sismico, il massimo.

Sono zone sismiche, come tantissime altre in Italia, non definibili tali da qualche secolo, ma fin dai tempi di Cicerone e Tacito le cronache di raccontano di episodi sismici importanti, tali da essere annotati anche allora: stiamo parlando quindi di una delle zone più tipicamente sismiche dell’Appennino e chi, come me, ha studiato geologia, sa bene che da quelle parti esistono linee tettoniche note a livello mondiale e che coincidono con i piani di scivolamento e stiramento di una parte dell’Appennino centro meridionale rispetto a quella nord-orientale. Rimando al blog di Aldo Piombino per gli approfondimenti.

Ma se anche un ospedale, come quelli di Amatrice e di Amandola, e come già successo all’Aquila, una caserma dei Carabinieri, una prefettura, non reggono ad una scossa sismica del genere, mi convinco che la modernità ostentata dal mio paese sia solo apparenza e che in realtà vivo in un paese rimasto al medioevo degli scongiuri e delle processioni. Scosse queste ultime tutto sommato non così forti come si potrebbe pensare a giudicare dalla distruzione che ha seminato. E un albergo che si sbriciola come un biscotto, una scuola che poteva essere piena di bambini o di ragazzi e che si scopre persino andata soggetta a ristrutturazione e di recentissima inaugurazione (Amatrice, 2012)!

E’ stato un terremoto che da punto di vista energetico, rispetto a quello de L’Aquila del 2009, molto meno intenso: ricordando che la magnitudo Richter esprime un valore su scala logaritmica, nel passare dal 6.9 de L’Aquila al 6.0 di Accumoli, la differenza non è solo quello 0,9, ovvero quasi 1 punto, ma in termini di potenza significa decine di volte meno distruttivo ma che però ha prodotto un danno che a vederlo sembra più grave di quello subito da L’Aquila stessa, se si basasse l’analisi sul numero di vittime considerando la maggior densità abitativa della cittadina abruzzese.

Un terremoto del genere, in paesi dove prevenzione antisismica e costruzione adeguata sono all’ordine del giorno come Giappone o California, avrebbe provocato al massimo un gran polverone con successiva spazzolata via, da noi invece contiamo i morti.

Come è possibile che si possa continuare a tollerare e sopportare questa oscenità? Si dice che in questi momenti, quando ancora potrebbero esserci persone sopravvissute da tirare fuori dalle macerie, le polemiche debbano esser messe da parte. E invece secondo me è proprio questo il momento di fare polemica con chi e contro chi non ascolta i moniti, gli avvisi, le raccomandazioni ma soprattutto nei confronti di chi continua a crogiolarsi nell'ignavia e nella presunzione e molto di più contro chi non è stato in grado, in oltre settant'anni di Repubblica, di far valere le posizioni che potrebbero salvare vite.

Quante volte è stato detto che cose del genere non si dovevano ripetere più? E quante volte invece ci siamo trovati davanti alla replica dei medesimi episodi con le medesime parole nelle orecchie? Ancora una volta ad estrarre sopravvissuti e morti da sotto le macerie, a diffondere immagini strazianti di chi ha perso tutto in qualche decina di secondi. Evidentemente chi sta sul territorio non fa quel che deve fare, come minimo mettere sotto controllo le strutture pubbliche più importanti e chiedersi se reggeranno o meno ad un terremoto; anche i cittadini dovrebbero essere indotti, magari con sgravi fiscali se non obbligati per legge, a ristrutturare in maniera antisismica le loro abitazioni.

Ad ogni terremoto così tipicamente italiano, nella sua tragicità e nei suoi effetti, vediamo sempre i medesimi effetti sulle abitazioni: pareti con crepe incrociate ad x da cui non si scampa, una struttura così lesionata è condannata. Solai staccati dalle pareti che crollano uno sull’altro in un tragico effetto quando sarebbero bastate chiavi di ferro infilate nel muro ad evitarlo.

Ricordiamo che molti centri dell’Appennino ristrutturati di recente a seguito di terremoti precedenti, e persino in epoca medievale reggono egregiamente ai terremoti perché fatti bene! Non è necessario il cemento armato, si può fare anche con la muratura e Santo Stefano di Sessanio (AQ) ne è un esempio che ha retto benissimo al terremoto del 2009 e Cerreto Sannita (BN) regge a qualsiasi terremoto da oltre 400 anni. Ed attualissimo il caso di Norcia che è stata epicentro di una delle scosse maggiori ma che ha saputo trarre insegnamenti importanti dai terremoti precedenti, soprattutto da quello del 1979.

Si possono fare bene queste cose risparmiando vite e denaro sapendo inoltre che in Italia finora si è speso molto di più a riparare i danni dei terremoti di quanto sarebbe stato necessario per prevenirli.

Ed è un terremoto italiano soprattutto perché uccide e distrugge quando altrove non avrebbe avuto i medesimi effetti.

E’ paradossale ma proprio quando sembra che le forze dell’ordine stiano lavorando bene ad evitarci un attentato terroristico, questo sì davvero imprevedibile come un terremoto e altrettanto impreventivabile, ce ne stiamo inerti in attesa di questi suicidi di massa periodici. O dovrei dire omicidi?

Arrivederci tra un quinquennio.

sabato 23 aprile 2016

E penso a Socrate e Critone

Le amministrative prossime venture. 150.000 candidati. Un'enormità.

Chi controlla i profili dei candidati dal punto di vista etico?

E già, perché non basta essere immacolati dal punto di vista giudiziario, non basta non essere pregiudicati o non aver mai ricevuto un avviso di garanzia, che poi appunto è garanzia e non giudizio.

E senza considerare il fatto che nelle migliaia di comuni dove si andrà a votare ci sono liste che contengono nomi di persone passate al vaglio della giustizia in passato se non in giudicato ci sono anche situazioni dove in congiurati di un precedente ammutinamento sono ora in lista col neo candidato e con l’approvazione del medesimo partito, di allora e di oggi (il riferimento a Marino e Giachetti è del tutto voluto).

Non basta essere immacolati per la legge ma il profilo etico viene prima ancora e solo i partiti possono e dovrebbero, meglio devono, esprimere un giudizio!

No. Non basta. Perché un politico potrebbe comunque puzzare dalla testa perché ha condotto, conduce e condurrà una politica clientelare, favorendo come si dice amici e parenti, i soliti noti intessendo una rete di rapporti di favori reciproci. Perché un politico, pur con candida fedina penale potrebbe essere una testa di legno al soldo o sotto ricatto di organizzazioni criminali, e non solo il meridione ne abbonda, male endemico secolare, ma mafia, camorra e compagni stanno ormai da decenni monopolizzando il nord: Brescello docet, già, proprio il paese delle avventure di Guareschi e dei suoi personaggi da favoletta post bellica.

Non basta perché esiste una cosa che chiamano traffico di influenze e non di tipo biologico ma pur sempre virali, sul filo della liceità e quelle illecite perseguite dalla legge. Comportamenti corruttivi subdoli, ricattucci, reti di conoscenze ed appunto influenze che sono condotte o conducono il politico in oggetto a operare illegalmente od indurre a farlo per interesse privato.

E non parliamo del male antico del voto di scambio, delle assunzioni e dei sussidi facili e delle conventicole onnipresenti.

Esistono ancora partiti che possano farlo? Esistono ancora partiti? Ripenso alle interminabili discussioni che partivano dalle piccole sezioni di partito delle periferie e si allargavano salendo fino alla direzione per nome dei segretari, e ciò valeva per tutti, sicuramente troppi, i partiti di allora.

E con questi odierni partiti come potrebbe essere possibile questa azione di filtro?

E infatti non lo è.

Che c’entra Critone? Beh, chi ha fatto il liceo dovrebbe ricordarsi almeno i tratti di quest’opera di Platone.

Socrate è condannato a morte, ingiustamente, e lo sapeva lui e lo sappiamo noi, e sta lì in carcere che aspetta la cicuta quando Critone, un suo discepolo, lo va a trovare e gli dice che è tutto pronto per farlo evadere ma, nonostante quest’ultimo usi tutti gli argomenti possibili, Socrate non molla. Non fuggirà.

Perché il filosofo, accettando di vivere ad Atene e di goderne di tutti i diritti di suo cittadino, ne ha accettato anche le leggi, e se osasse negarle solo perché ad un certo punto agiscono contro di lui disconoscendole, contribuirebbe a deleggitimarle e pertanto a distruggerle.

Non si può approfittare e godere della Legge e dell’opera dei magistrati sino a che lavora a nostro favore e rifiutarla quando decide qualcosa che non ci piace perché con le leggi si è stretto un patto e non è che questo possa essere infranto a nostro piacere.

E questa cosa a me ricorda in primo luogo Berlusconi che, tanto per fare un esempio, lodava i magistrati quando chiedevano al Brasile l’estradizione di Battisti e si imbestialiva dando della pazza e comunista alla Boccassini perché voleva portarlo, per cominciare, in tribunale per il caso Ruby (e sappiamo com’è finita…). Ed è stato proprio lui a dare il la ad una generazione di politici che…puzzano dalla testa, anche se incensurati.

E faccio notare che Socrate non era uomo di governo. Se lo fosse stato avrebbe accettando di evadere avrebbe mandato a dire ai posteri molto di più. Se avesse ritenuto legittimo disattendere le leggi che non gli piacevano allora non avrebbe più potuto pretendere che gli altri obbedissero a quelle che non piacevano loro, e pretendere che non attraversassero col rosso, non pagassero le tasse, non svaligiassero le banche o, citazione casuale (…) non abusassero di minorenni od organizzassero festini con altri uomini di governo e di potere per ingraziarsene i favori…

Ovvio che Socrate non le ha dette queste cose ma il senso del suo messaggio rimane quello che è: scolpito nella pietra, sublime, alto, duro come un macigno.

E ciò detto continuerò a pensare come e chi votare ma soprattutto se…

lunedì 26 ottobre 2015

26 ottobre 1860-Falso d’Autore

Teano

26 ottobre 1860. Un falso storico, magari d'autore ma sempre falso rimane.

L'incontro che non avvenne mai. Non sicuramente a Teano, non sicuramente in tal modo. Al massimo una rapida stretta di mano ed uno scambio di sguardi sospettosi.
E false le testimonianze rese dai cosiddetti testimoni oculari. Qualcuno crede ancora che avvenne dove ora c'è l'autogrill dell'autostrada perché c'è tanto di mosaico a ricordare l'incontro. I più accorti invece sanno che c'è un cartello di lamiera sbiadito verso Caianello che recita, a lettere piccole, "luogo dello storico incontro" ma a parte un cancelletto di ferro che delimita uno sterrato piccolo dove c'è una colonna in cemento su quattro gradini non c'è altro. Però la fiera del paese si chiama "tricolore" e c'è ovviamente piazza Garibaldi; "l'incontro" è il nome di un caseificio locale.

"Saluto il primo tre d'Italia"
"Ed io saluto il mio migliore amico"
Ma quando mai?

Si incontrarono a Vairano, pochi chilometri in linea d'aria, dove Garibaldi aveva dormito in una locanda. La mattina del 26 ottobre 1860 invece di partire aspettò il re.

"Majesté, je vous remets l'Italia" maestà vi portò l'Italia, glielo disse in francese perché lui era di Nizza.
E il re pare non andò oltre uno stringato "Grazie".

Soldati garibaldini e truppe piemontesi non fraternizzarono affatto separandosi in due file distinte con qualche villico che gridava "Viva Galibardo" ma guardava Vittorio Emanuele II convinto che il più popolare dovesse essere anche il meglio vestito.

Garibaldi invitò il re ad assaltare le ultime posizioni borboniche ma questi rifiutò dicendo che i patrioti, i garibaldini, avevano bisogno di riposo; in realtà si voleva prendere il merito di un paio di scaramucce a buon mercato.

Il re invitò Garibaldi a colazione ma questi declinò l'invito salvo fermarsi poi da solo con i suoi a mangiare pane.

Si organizzò una parata però riservata ai soli ufficiali e quelli garibaldini si rifiutarono di andare senza i loro uomini.

I Savoia bombardarono inutilmente Capua e fecero più vittime tra i civili che tra le truppe borboniche.

I volontari garibaldini vennero sciolti: potevano entrare nell'esercito nazionale od essere congedati con un mese di soldo. Stessa cosa per gli ufficiali ma con sei mesi di paga in caso di congedo ma solo dopo che una commissione apposita ne avesse valutato i meriti per mezzo dello "spurgo": un'ingiuria per quei valorosi.

Gli ufficiali Savoia ritenevano che gli ufficiali delle "camicie rosse" avessero fatto carriera troppo in fretta e senza la necessaria anzianità. Fatto sta che i graduati passarono da 7000 a 2000 e pochissimi conservarono i gradi.

Però contemporaneamente senza attenzione né esami o controlli entrarono nei ranghi dello Stato Maggiore dei Savoia la maggior parte degli ex combattenti borbonici, come riconoscimento per il loro contributo fondamentale alla causa dell'unità nazionale quando, invece di combattere
scappavano, spesso dopo essere stati corrotti.

Era iniziato il governo piemontese.

Benedetto Cairoli ebbe a dire che i sudditi di Ferdinando II avrebbero voluto partecipare attivamente e di buon grado alla nascita della nazione Italia e non già ritrovarsi vittime di un regno antiquato, burocraticizzato ed arretrato come quello Savoia: malcontento talmente diffuso da preferir loro gli austriaci!

domenica 27 settembre 2015

Chi di ramazza perisce…

27-09-2015 14-36-48Questo fine settimana ha visto ancora una volta, credo che siano giunti più o meno alla ventesima edizione, l’iniziativa di Legambiente che vede coinvolti cittadini volontari e volenterosi armati di ramazza a pulire qua e là città e paesini. Gli altisonanti numeri riportati dai promotori non rendono sufficiente giustizia alla reale portata dell’evento: 600.000 volontari su 1700 località che fa una media di 353 a località con punte di 1000 a Roma e qualche decina nei piccoli centri. Pochini. E l’inutilità di queste iniziative non dipende ovviamente dal numero irrisorio di risorse coinvolte.

Con il rispetto dovuto a chi ha partecipato o parteciperà non sono comunque d'accordo con iniziative come queste così come non lo sono per centinaia di iniziative dei cosiddetti gruppi retakequi il link a quelli del gruppo romano- che periodicamente ma più spesso a caso si attivano per dare una ripulita alla lordura delle nostre città di cui Roma ormai da più di un decennio sembra essersi fatta untrice e spettatrice passiva di quella che è ormai zozzeria dilagante: e qui il termine dialettale romanesco calza a pennello.

In un mondo ideale sarebbe sufficiente che ognuno si impegnasse a non sporcare e che le amministrazioni 12036797_10204709173878212_8477993124147246569_nsanzionassero pesantemente i trasgressori.
Non sono d'accordo perché pagando tasse in cambio di servizi pretendo che questi vengano erogati e se ciò non accade non voglio sborsare ancora risorse di tasca mia anche fossero solo tempo e mezzi.

Qualcuno osserva che così come esistono i cattivi esempi ci sono anche quelli buoni e queste iniziative sono proprio del secondo tipo: dare un esempio, buono, di comportamento. Certamente. Ma il buon esempio è continuamente dato anche da tutti coloro i quali rispettano le regole e non mi pare serva: iniziative quindi certamente ammirevoli, forse, ma sicuramente altrettanto ingenue nel pensare di fungere da esempio.

adesiA che giova farsi venire la tendinite gratuitamente per scrostare da pali, cassonetti e serrande milioni di adesivi abusivi se una settimana dopo si è punto e daccapo senza che nessuno, autorizzato a farlo, si sia preso la briga di individuare (e qui è facile, ci sono i telefoni!) ai mandanti dell’attacchinaggio selvaggio per sanzionarli pesantemente?

Inoltre il cittadino corretto e pulito va a fare, con queste iniziative, proprio ciò che chi sporca non si sognerebbe mai, danno e beffa dunque.

Insomma questa beneficenza a chi non ne ha diritto, le amministrazioni e gli enti che fanno funzionare le cose, non la trovo corretta. La beneficenza la faccio a chi non avrebbe comunque nulla da nessuno: non si tratta di situazioni di emergenza come quelle che vedono coinvolti i volontari a portare aiuto a persone alluvionate o vittime di altri disastri più o meno naturali.

I sostenitori di iniziative come queste portano esempio stranieri con i soliti slogan “in tutto il mondo lo fanno…” quando la realtà dei fatti li smentisce categoricamente.
Le uniche iniziative che si conoscono sono quelle relative alla cosiddetta street art, come in Olanda ad esempio, e che coinvolgono gli studenti di grafica e design ad abbellire la monotonia del mattoncino bruno tipico di quell'edilizia. Non certamente di pulizia, dal Portogallo alla Polonia. E quindi, un conto è abbellire un anonimo muro grigio con disegni ed ornamenti e ben altro è ripulire le strade dal pattume dovuto da una parte all’assenza delle amministrazioni e dall’altra alla sciatteria di pochi incivili.

O si pretende forse che il singolo abitante di una città popolosa si comporti come la famosa massaia pugliese di paesini come Locorotondo od Alberobello che si pulisce con secchio e straccio i pochi metri quadrati di selciato davanti alle porte delle loro abitazioni a livello del vicolo?

Non è con questo tipo di esempi che si cambia la testa dell'incivile. Non è luogo comune ma realtà dei fatti raccontare dei tedeschi incivili (e solo loro ovviamente non i tedeschi tutti) che a casa loro non oserebbero lasciare una bottiglia in giro e poi nei nostri campeggi sono mediamente i più zozzi di tutti. A casa loro non osano perché vengono pesantemente sanzionati da un'amministrazione efficiente nell'esecuzione e nella prevenzione.

Ognuno esprime la propria attività in modo personale. Mi sembra di non essere l'unico che dissente. Preferisco giudicare dai fatti: gli amministratori si presentano con un programma con cui solo i fatti, serenamente osservati, possono confermarlo e sono troppi anni che vengono disattesi o lasciati all'iniziativa privata.

Perché allora non auto finanziarci anche l'asfalto delle strade? Perché non rimuovere le auto parcheggiate male? Ironicamente, perché questi volenterosi cittadini non si organizzano in turni di ramazza a coprire le strade del quartiere come le massaie le già citate massaie pugliesi?

cambio-lampione-adelfia-1-1024x1024A quando il vedere un cittadino arrampicato su una scala a cambiare le lampadine dei lampioni perché chi dovrebbe farlo latita e chi dovrebbe controllare chi dovrebbe farlo è assente?

Posso accettare ed apprezzare di ornare l’anonimo muro grigio o di interrare piante in un area che ne è priva ma proprio non riesco ad accettare l'idea di pensare di risolvere problemi SERI con iniziative che, per quanto in buona fede, restano locali e limitate e spesso inutilmente fini a sé stesse. Demagogiche. I problemi richiedono soluzioni adeguate ai problemi non battute polemiche, code di paglia e sorrisetti autocompiaciuti di chi fa questo tipo di volontariato.
E qui parliamo di problemi grossi e seri da trattare con serietà.

Se vedo qualcuno che sta male chiamo un'ambulanza e lo faccio portare in ospedale e pagando le tasse pretendo l'una e l'altro, non mi aspetto né mi affiderei ad iniziative locali.

Così, e parlo per la mia città, è proprio  soltanto…na romanella.

sabato 13 giugno 2015

Scienza e civiltà–ed una carezza ad Enrico Berlinguer

 

hqdefaultDi fronte alle magliette con le “ruspe” di Salvini, e più in generale alle sue esternazioni, non so se far prevalere in me il senso di nausea o quello sarcastico che lo vorrebbe relegato nella zona in cui metto i mentecatti.

 

 

Ma poi mi soffermo a pensare sulla totale irrazionalità delle affermazioni di quel genere e ripenso alle parole di Enrico Berlinguer,  del quale giusto l’altro ieri si commemoravano i 31 anni dalla scomparsa prematura. Berlinguer invitava tutti a fare politica, senza distinzioni di sorta, ad esercitare sempre e comunque il proprio diritto di critica, di ragionamento, di uso delle proprie facoltà.
Scriveva Berlinguer dal carcere di Sassari, a soli 22 anni, dove fu rinchiuso per 100 giorni per aver preso parte ad una protesta contro il carovita:

«(…) Mi accade spesso di incontrare questi strani individui che sogliono ugualmente autodefinirsi apolitici, ma finora sono fortunatamente rimasto immune da questa nuova elegante moda neofascista. Perché in fondo, questo terrore della politica, che è, non lo si dimentichi, quella parte essenziale dell’attività dell’uomo che concerne i rapporti sociali con i propri simili, è un fenomeno tipicamente fascista. Del fascismo post 25 luglio, ben s’intende. Perché prima la politica, i fascisti, la facevano e in un modo così originale e delicato che non la lasciavano fare agli altri. Secondo queste persone, dove si parla di politica, non c’è pace per l’uomo. E uomo è qui uguale al fascista e alla sua coscienza. In altre parole: o politica fascista che chiude la bocca agli altri, o niente politica che ugualmente chiude la bocca agli altri. (…) In questo senso tutti possiamo dirci liberali, inteso il liberalismo non nel significato politico o economico, ma in quel più vasto significato umanistico che vuole che a tutte le facoltà dell’uomo sia dato libero sviluppo.»

A tutte le facoltà dell’uomo sia dato libero sviluppo.

E mi viene proprio in mente adesso Karl Popper che distingueva le società essenzialmente in due categorie: «società aperta», ovvero una società nella quale è possibile l’esercizio della critica e «società chiusa», dove questo non è possibile. Esercizio della critica che deve consentire alcune idee ne soppiantino altre con queste ultime che dovranno scomparire perché razionalmente si è dimostrato la loro inapplicabilità, la loro irrazionalità, la loro inutilità. Far scomparire le idee con l’esercizio della critica e non far scomparire gli uomini che le sostengono, sia chiaro, e sempre per dirla con Popper «Il metodo critico o razionale consiste nel far morire al nostro posto le nostre ipotesi» e, parafrasando Winston Churchill quando il suo partito perse le elezioni per la prima volta disse alla moglie che era contento perché si era battuto tutta la vita per consentire ad altri di imporre democraticamente altre idee alle sue.

L’atteggiamento riportato da Popper è la base stessa del metodo scientifico, della scienza moderna, che ancora una volta si dimostra non solo essere il più efficace metodo per accrescere la nostra conoscenza ma anche un contenitore di valori che personalmente vorrei continuamente vedere applicati anche in altre aree della vita civile. Se c’è un settore dove prevalgono sempre onestà e moralità è proprio quello della ricerca scientifica proprio perché, è sempre Popper a dirlo, la scienza non è un insieme di predicati verificabili ma è al massimo un insieme di teorie complesse che possono essere, al più, falsificate globalmente. Ogni scienziato sa che ogni teoria ha come limite di validità il momento in cui il confronto con la realtà dovesse fornire elementi per ritenerla non più valida ed è la teoria stessa che offre gli strumenti di verifica, di falsificabilità. Più onesto di chi, innocente, offre ai propri accusatori gli strumenti atti a cercare di dimostrarne la colpevolezza, chi altri?

Il fatto che le teorie scientifiche sono, anzi, devono essere criticabili, espresse con chiarezza ed indicanti in anticipo quali fatti potrebbero «falsificarle» è una lezione per la democrazia, per la politica perché la politica democratica non è, contrariamente a quanto si pensi, il governo del popolo (alla faccia dell’etimologia), o della maggioranza, ma deve semplicemente essere la possibilità di eliminare idee sbagliate od un cattivo governo senza spargimenti di sangue, senza eliminare le persone che le sostengono.

Da questo punto di vista le persone come Salvini rappresentano, a mio giudizio, il fascismo mascherato da volontà popolare, la prevaricazione di idee irrazionali ed inapplicabile su elementi logici; persone che senza contraddittorio di sorta, senza conoscere i termini della questione, vorrebbero chiudere la bocca ad ogni forma di politica che non sia la loro salvo poi, una volta consolidati, far di tutto affinché non si parli più di politica, come nel periodo fascista precedente al 25 luglio 1943. L’idea stessa che una ruspa trasmette è quella di demolizione e quindi violenza, anche se solo concettuale ma pur sempre violenza.

Ma allora, alla luce delle così tante adesioni che partiti come la Lega e movimenti estremisti come Casapound, come conciliare il potere del voto come strumento di falsificabilità dell’idea politica?

Ebbene, questi, secondo me, sono gli effetti collaterali della democrazia e del suffragio universale che conviene comunque accettare. A differenza del mondo scientifico nel mondo reale, nelle società, aperte o chiuse chi siano, a prevalere è l’irrazionalità.

Sappiamo infatti cosa accade quando l’irrazionalità si arroga il diritto di pontificare in ambito scientifico.

Nei lontani anni del comunismo duro e puro di sovietica matrice e fino a tutti gli anni ‘70 in Unione Sovietica era scienza soltanto quanto dichiarato o scoperto dai possessori della tessera di partito mentre gli altri o erano rapiti e costretti comunque a lavorare per lo stato, ma in segreto, o finivano come si diceva e faceva allora in Siberia ed infine i più fortunati riuscivano a passare oltre cortina e costretti all’esilio.

Questo oltre ad aver portato ritardi o clamorosi errori, a volte catastrofici, nei cosiddetti piani pluriennali questa cosa evidenzia, come se già non fosse palese di suo, che la scienza è una e non esiste scienza ufficiale distinta da qualcosa non ufficiale.

Ed ancora una volta emergono forti ed insormontabili i motivi di inapplicabilità del metodo scientifico alla vita civile.

La maggioranza irrazionale è troppa ed imbattibile e come dice l’adagio, è inutile cercare di discutere con un idiota, per farlo dovresti abbassarti al suo livello e saresti battuto per inesperienza

mercoledì 10 giugno 2015

Giocate, giocate!

10-06-2015 16-50-43Tempo fa, pur a conoscenza dell’argomento, feci mio un passaggio del bel libro di divulgazione matematica “Chiamalo X! Ovvero cosa fanno i matematici?” di Emiliano Cristiani che, nel capitolo dedicato alle probabilità ed alla statistica, esordiva più o meno così: “La statistica andrebbe insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado … perché la statistica non conosciuta può anche uccidere”. Si riferiva ovviamente al gioco d’azzardo ed all’accanimento che diventa anche patologico in moltissimi casi.

Un paio d’anni fa poi ci fu anche un bel servizio de “Le jene”, rivedibile qui, che spiegava ottimamente, con il sussidio di un matematico e di un fisico, come la statistica può dimostrare che tutti i giochi d’azzardo sono cosiddetti giochi iniqui, ovvero con regole ben scritte sì, ma scritte per far vincere (quasi) esclusivamente il banco. Compresi ovviamente i giochi avallati con bollino di stato ufficiale quali quello del Lotto e tutti i suoi derivati similari, i “gratta & vinci” di ogni tipo e così via.

Per motivi che non sto qui a raccontare conosco quelli che sono gli utili degli enti autorizzati a far giocare i nostri concittadini in maniera ufficiale, e sorrido amaramente pensando che una volta uno dei funzionari di uno di questi enti disse che senza di noi prolifererebbe il gioco clandestino in mano alla criminalità…”. Sappiamo bene invece che questo prolifera comunque, con o senza di loro; vedi l’ultimo caso della cosiddetta calciopoli che ha coinvolto le serie minori in Italia da una parte ed addirittura la FIFA dall’altra!.

Un nostro ministro dell’Economia una volta inoltre disse: “Le entrate da gioco sono entrate come tutte le altre”. Contraddicendo invece sia il ministro che la mia precedente posizione, che auspicava il ravvedimento degli stolti giocatori, in realtà sposo invece oggi una posizione completamente diversa. Anziché quindi auspicare che il fenomeno diminuisca dovrà invece restare costante se non aumentare!

Al contrario dei fumatori, che da contribuenti extra anch’essi, è decisamente meglio per le tasche di ognuno che diminuiscano, viste le spese che ogni stato sostiene ogni anno per le malattie da tabagismo, che i giocatori ossessivo-compulsivi aumentino!  Mi sovviene ora che il giocatore fumatore, accoppiata frequente visto il nervosismo indotto da perdite frequenti, direi continue, è quindi doppiamente ignaro del prelievo fiscale a suo danno!

Le entrate da gioco (non è mia) sono altro che entrate qualsiasi! Sono le entrate più nobili perché “possiamo plaudire alla lotteria pubblica come un sussidio pubblico per l’intelligenza” (W. Quine, filosofo americano del ‘900): altro che cercare di spiegare al popolo, tenuto molto saggiamente nell’ignoranza che giocare al Lotto(*) è estremamente irrazionale, che si continui così e lo si lasci al suo destino!

Se vi collegate alla pagina web ufficiale del gioco del Lotto (www.giocodellotto.com) trovate, tanto per cominciare, in bella vista i numeri ritardatari. La cosa simpatica, se non fosse tragicamente illustrante l’ignoranza statistica –anche se secondo me è malafede- è che alcuni numeri sono talmente in ritardo che lo Stato si preoccupa affinché non vengano giocati con troppa ostinazione! Un po’ più sotto poi si scade nel patetico: istruzioni su come giocare ispirandosi alla Smorfia, ai sogni, al contenuto del frigorifero!

Utilissimo! Tutte cose che distolgono l’attenzione dalla verità, dal paradosso della lotteria:

- benché ci siano dei vincitori, la probabilità di essere tra questi è talmente bassa da essere praticamente nulla

E che distraggono anche da una fondamentale, ed elementare, legge della statistica:

- le probabilità di estrazione di un numero sono sempre identiche ad ogni giocata, indipendentemente dal fatto che esso sia già uscito o meno

Insomma che ci crediate o no anche se il 31 non esce a Bari da 127 settimane (dati odierni) la probabilità che esca è sempre la stessa ed è identica a qualsiasi altro numero e persino a qualsiasi numero fosse anche uscito 127 volte di seguito in altrettante estrazioni!

Lasciate perdere istruzioni e ritardi e correte a giocare! Giocate, giocate, giocate!!! Il Lotto e per dirla sempre con Quine “produce entrate pubbliche calcolate che contribuiscono ad alleggerire il fardello di esazioni, tasse e balzelli che grava su ognuno di noi, noi avveduti ed attenti cittadini che ci guardiamo bene dal giocare, ci asteniamo dal farlo a spese della massa incauta ed ottenebrata…”, di chi spera nella botta di culo.

In altre parole sia lodata questa deliziosa “tassa sull’imbecillità” (lo disse un famoso matematico). A patto che noi, minoranza esigua di razionali intelligenti, ne traiamo davvero qualche vantaggio. E, statisticamente parlando, i vantaggi sono garantiti anche dal fatto che chi non gioca trae beneficio dalla riduzione indiretta del carico fiscale dovuto alle entrate delle lotterie, mentre chi gioca no…quel minimo vantaggio…se lo gioca!

(*) ed oltre al Lotto, ripeto, ci metto tutti i vari giochi sponsorizzati e sostenuti dai nostri Monopoli di Stato e facenti capo al gruppo Lottomatica (oggi gruppo internazionale, IGT) e vari altri concessionari di gaming, anch’essi rispondenti ai Monopoli, quali Codere, B!Win, William Hill e tanti altri.